I media e le distorsioni cognitive

I media e le distorsioni cognitive

Marzo 9, 2020 5 Di Gionatan Mandice



Da settimane si parla di un solo argomento: il Coronavirus. Non volevo perciò esimermi dal partecipare anch’io al dialogo, focalizzando su quello che è l’impatto comunicativo dei media, e non solo, sulla popolazione. Dal panico alla negazione, passando per l’assedio ai supermercati, sono tanti i comportamenti schizofrenici e irrazionali di questi giorni. Per quale motivo il QI collettivo pare precipitare in caduta libera?

Si sa, la paura può fare brutti scherzi e di fronte alla paura è facile perdere la nostra componente più logica e razionale, che sarebbe così importante in questo momento storico, e lasciarsi andare a comportamenti del tutto immotivati.

 

Meglio di tutti sembrano saperlo alcuni giornalisti, politici ed altri piromani emozionali che alimentano i timori collettivi e dispensano semplicistiche letture puntando il dito contro il presunto colpevole di turno. E in questa fragilità percepita cercare i “cattivi” diventa azione diffusa, come guardare con sospetto ogni passante dai tratti orientali per strada.

È ben noto in psicologia sociale il fenomeno dell’Ingroup bias ovvero la spontanea tendenza nell’uomo ad avere un comportamento di favoritismo per il proprio gruppo di appartenenza (ingroup) rispetto a quelli di non-appartenenza (outgroup), soprattutto in presenza di una minaccia.

La scienza ci dice che la nostra razionalità già vacilla a prescindere, se poi è condita da forti emozioni e ricerca di capri espiatori possiamo giungere alla totale mancanza di senso.

“L’assurdo caso della birra Corona: il marchio colpito dal Coronavirus”

Il sole 24 ore

Tutti noi utilizziamo quotidianamente, per facilità ed economia mentale, delle euristiche, ovvero delle scorciatoie mentali, intuitive e sbrigative che ci fanno giungere comodamente alle conclusioni, senza passare dallo sforzo cognitivo. Sarebbe tutto perfetto, se non fosse per qualche errore di troppo.

Mi voglio soffermare in particolare sull’euristica della disponibilità, una scorciatoia mentale che ci fa stimare la probabilità di un evento sulla base della vividezza e dell’impatto emotivo di un ricordo, piuttosto che sulla sua probabilità oggettiva. Se ad esempio uscisse la notizia di una persona attaccata da un orso in un bosco, nei giorni seguenti molti potrebbero essere intimoriti nel concedersi una passeggiata in montagna temendo lo stesso evento, senza pensare che sarebbe molto più probabile che fosse invece una docile mucca ad attaccarli.

Le informazioni mentalmente più disponibili saranno le conclusioni più probabili, soprattutto se emotivamente rilevanti.

“35enne muore per Coronavirus dopo essere stato ucciso in una sparatoria”

Lercio

Ho preso un esempio scherzoso, ma in realtà non molto lontano da alcune notizie lette in questi giorni.

Ogni volta perciò che un argomento trova risonanza nei media siamo portati a pensare che quel fenomeno sia più frequente di quanto non lo sia effettivamente. Passiamo periodi credendoci assediati da profughi, altre volte saranno cruenti rapinatori a turbare i nostri sonni, ci ritroveremo poi a percorrere viadotti pericolanti in apnea, che manterremo per non ammalarci nelle nostre città inquinate, e non riprenderemo ancora a respirare prima di esserci dotati di mascherina per proteggerci dal virus. Notizie suggestive che la nostra mente spesso amplifica, con la scaltra complicità di chi da questi processi cerca il proprio tornaconto. Ognuno fa il suo mestiere, ma sarebbe opportuno farlo in modo eticamente corretto.

Davanti al tema Coronavirus possiamo agire anche distorsioni cognitive di carattere opposto che ci portano a minimizzare o addirittura negare la questione. Nel primo caso è la portata dei cambiamenti che dobbiamo affrontare che ci può portare a sminuire il problema, nel secondo caso può essere la rilevanza della minaccia a porci in una posizione di rifiuto dello stesso. Per fare un esempio, le varie forme di Coronavirus Party apparsi in mezza Italia.

Per altro, non è così bizzarro osservare di questi tempi la rapida alternanza di posizioni opposte: prima allarmistiche e poi negazioniste, in un quadro che alimenta la confusione e l’incertezza.

Tornando alle nostre emozioni, alcune di queste funzionano come un piano d’emergenza che quando si attiva, l’istinto di sopravvivenza diventa la priorità e tutto il resto passa in secondo piano, in una modalità volta all’azione a scapito del ragionamento.

Il problema è che a volte si attiva il segnale d’allarme anche quando non sarebbe necessario, anche grazie al favoreggiamento di non pochi sciacalli.

Qualcosa però possiamo fare per cercare di limitare la nostra irrazionalità. Innanzitutto tenendo a mente come funzioniamo, considerando che non sempre i nostri pensieri sono verità assoluta.

Soprattutto possiamo imparare a gestire in modo saggio la nostra preziosa ma delicata componente emozionale. Imparare ad ascoltare le nostre emozioni, in modo lucido e non puramente impulsivo, osservare i nostri pensieri, in modo critico e non automatico, sono  capacità che possediamo e che possiamo sviluppare per aiutarci sul piano individuale e su quello collettivo.

Dedicherò un articolo di approfondimento nel blog a queste tematiche.

Le prime domande che potremmo iniziare a porci più frequentemente in tal senso sono:

  • quanto credo ciecamente a tutto ciò che la mia mente dice (o è indotta a pensare)?
  • Quanto spesso mi trovo a reagire automaticamente alle mie emozioni?